venerdì 14 agosto 2015

Ricordi in barattoli sterili

Foto di valentinanonseitu
Il lembo del grembiule si piegò verso sinistra lasciando intravedere il ginocchio destro nodoso e ruvido, l’acqua sporca nella bacinella che stava ai suoi piedi, cominciò ad incresparsi e, tre grosse bolle di schiuma si spostarono dolcemente verso il bordo del catino.

Fluttuavano armoniosamente su quell’arricciatura opaca, gonfie e lucide, parevano tre caravelle scortate da una piccola flotta di miriadi bollicine, o tre spose con uno strascico merlettato, leggero e spumoso.

Il vento aveva cominciato ad alzarsi, lei osservava il mutare del cielo prendendo grosse boccate di nicotina e, poi restava imbambolata a guardare la scia di fumo che velocemente svaniva.

- Arriverà un bel temporale - disse ad alta voce, chinò la testa, spense la sigaretta in un vaso di terra arida e, rimase ancora qualche secondo a contemplare l’acqua torbida che ondeggiava.

Strizzò la spugna, la stese sul muretto di cemento che divideva il balcone, fece per alzarsi ma tentennò. Si risedette e accese un’altra sigaretta.
L’odore dell’aria umida che precedeva il temporale le era sempre piaciuta, le sembrava che trasportasse il profumo di acquazzoni appena passati, piccole storie non lontane di corse improvvise per cercare riparo e, le risate divertite dei bambini che trovavano un po’ di refrigerio in quell’inaspettato piovasco.
Cominciò a diluviare e si convinse che aveva fatto proprio bene a raccogliere le pesche e le ciliegie prima di far le pulizie.

Aveva denudato gli alberi da quei pochi doni che ancora concedevano e insieme aveva spogliato se stessa da ogni rancore, un frutto, una lacrima, un ricordo.

Le tornarono alla mente i momenti felici che aveva vissuto coi suoi genitori, le arrampicate sulle piante per assaporare i primi frutti, la mano ferma di suo padre che le faceva la scaletta e, l’inquietudine negli occhi di sua madre che con preoccupazione la osservava.
La mamma era così, dolcissima e ansiosa, severa ed estremamente affettuosa, la vera regina di quel suo piccolo regno chiamato casa. Era una donna esile ma con una forza inesauribile che la rendeva un’instancabile lavoratrice, sempre indaffarata tra le incombenze casalinghe e la cucina, la sua più grande passione.  Si era sempre chiesta come mai trovasse così rilassante stare tra i fornelli e, in una delle tante estati in cui erano intente a tagliare frutta fresca per fare le marmellate, glielo chiese.

- La mia è una missione - aveva risposto.
- Il mio modo di dimostrare amore, perché i profumi della cucina mantengono vivi e inalterati i ricordi - aveva pianamente ragione.

Da adulta, tutte le volte che sentiva l’aroma di cannella o vaniglia, veniva catapultata violentemente in quella piccola cucina e spesso, le pareva di sentire ancora le mani di sua mamma sopra le sue, mentre le insegnava a snocciolare le ciliegie.
Lei adorava la cannella, che usava abbondantemente su ogni pietanza, dalla frutta alla carne e, le bacche di vaniglia che lasciava una notte intera a macerare insieme allo zucchero di canna grezzo e pezzetti di pesche nettarine.

Poi tutto l’incanto finì, al rintocco di un vecchio orologio tutte le cose ripresero la forma originale. Quel palazzo da sogno che aveva cullato i suoi anni da bambina, si trasformò in una dozzinale abitazione, mobili di poco valore da una squallida foggia, miseri avanzi di legno senza colore ne ardore e, quel giardino che fino ad allora le era sembrato un campo infinito, altro non era diventato che un prato angusto e misero.

I suoi genitori avevano tenuto acceso per anni il fuoco della passione, che poi si era trasformato in amore, mutato in rispetto e alterato in dolore.

Avevano custodito quel fervore come si mantiene vivo il prezioso focolare finché, anche l’ultima fiammella, non si era estinta sotto un cumulo di brace grigia.
Suo padre se ne andò, in un giorno tiepido di primavera, se ne andò, via dalla loro casa, evaporando come una goccia di rugiada su di una foglia, sotto il primo raggio mite del mattino.
Via da lei, dalla quotidianità che fino ad allora  l’aveva amorevolmente cullata e protetta, via dai caldi abbracci della sera.

Passò la sua gretta adolescenza trascinata in un affidamento congiunto, una settimana tra il dolore incolmabile del padre e l’altra tra la disarmante tristezza della madre.
Divenne una donna solitaria e malinconia, imbottita di benzodiapezine e di ricordi infeltriti come batuffoli di lana compatti, appiccicati nell’animo.
Una bambola dai tratti imprecisi dissipati dal tempo.

La terza sigaretta si smorzò tra la terra umida, una in fila all’altra in quel vaso di coccio sterile.
La pioggia cadeva copiosa tra raffiche di vento laterali e presto si trovò i vestiti fradici.
Chiuse la vecchia sedia di legno e, iniziò a torcere la gonna per farne uscire l’acqua, un liquido denso e rossastro le colò tra le dita e scivolò lentamente tra le cosce, fino a formare a terra,una pozza spessa e scura.
Si soffermò un attimo, in un impeto di lucidità effimera poi discostò lo sguardo da quel fluido che si disperdeva piano, tra le fughe delle mattonelle, sotto la spinta inconsapevole di una precipitazione estiva.
Girò la testa di lato e scorse l'ombra dei suoi genitori che l'aspettavano seduti al tavolo, una difronte all' altro, in una posa inerte e subita.
Li aveva voluti così, ancora una volta insieme ed era riuscita a creare in loro un ultimo straordinario sorriso, sembravano felici con quelle bocche spalancate da cui fluivano parole rosso rubino.
L'opera andava terminata, gli occhi vuoti e assenti la rendevano incompiuta,quattro cavità orbitali nere che aspettavano di essere riempite da nuova luce, due fantocci in attesa di essere impagliati.
Entrò in cucina, prese la marmellata che aveva lasciato raffreddare e, con un imbuto d'acciaio, cominciò a immetterla attraverso quei piccoli buchi bui, un mestolino per volta fino a quando i corpi non furono finalmente colmi. 

- Hai visto mamma come sono diventata brava? Papà profuma di bacche di vaniglia, per te invece, ho scelto la cannella…ti piaceva così tanto.