martedì 29 aprile 2014

Bisogna far caso alle giornate di Sole

Illustrazione: Giardino Zen
La disoccupazione lo aveva intrappolato in una rara, sgradevole, specie di stato depressivo all’apparenza insanabile, dovuto ad uno stato mentale davvero chiuso e contorto.
Quel giorno fu il frigorifero a costringerlo a uscire. O meglio, il vuoto. Non c’era più nulla da mangiare. Né da bere. Restavano solo due scatolette di tonno nel pensile della cucina, in alto a destra, che facevano da scorta di sopravvivenza. E un tubetto di Ketchup rinsecchito e scaduto, sul lavandino, in attesa del suo finale scritto, nello smistamento rifiuti. Che altro che sopravvivere, quello probabilmente poteva uccidere.
Erano giorni, ormai, che vegetava all’interno del suo appartamento.
Galleggiava nell’ossigeno polveroso di quella dimora, imbrattata di tensione e alterazioni.
Di fitte, sconforto e frustrazione.


Categoricamente privo di qualsiasi voglia, si vestì a caso. Con i jeans chiari, appoggiati alla sedia, in sosta da cinque giorni. E con la polo verde, con la piega dello stendibiancheria nel mezzo, ma tutto sommato apparentemente stirata. In ogni caso, sopra, avrebbe messo la giacca di pelle. Ai piedi le All Star bianche, che di bianco, ormai, avevano solo le estremità dei lacci.

Prima di scendere dalla macchina si rese conto che, come al solito, aveva dimenticato la moneta per il carrello. All’ingresso del supermercato prese, dunque, uno di quei cestini con le rotelle. La spesa la fece meccanicamente: Busta di insalata. Bastoncini di pesce. Hamburger. Pane. Pasta. Pesto. Tonno. Perché due scatolette di tonno nel pensile erano davvero poche. Frutta e verdura. Acqua naturale. In dodici minuti esatti.
In fila, alla cassa, pensò che comunque sarebbe dovuto tornare lì dopo qualche giorno. Con l’euro, per il carrello.

Si accorse di lei mentre appoggiava la spesa sul nastro, con il suo collaudato metodo anti sbattimento “Metto il cestino sul bordo, in fondo alla cassa e non mi abbasso più”.

Il suo sguardo cadde subito su due mani affusolate. Delicate, e sicuramente morbide. Che gesticolavano con fare affabile ed introverso, con la spesa da pagare. E poi con il denaro. E poi con il resto, e lo scontrino. Non traspariva di certo una perspicace manualità, ma di sicuro la cosa, per Adrian, risultò assolutamente garbata ed adorabile.
Aveva i capelli lunghissimi, scuri e ricci. Voluminosi e lucenti. Gli occhi neri e le sopracciglia calcate e delineate. Un viso acqua e sapone. Non c’era traccia di trucco su quel volto solare ed espansivo. E assolutamente attraente. 

In quella prossimità Adrian sentì un’energia speciale, nuova. Vederla per lui fu la prefazione; la rinascita.

Intuì di avere addosso qualcosa di sbagliato. Forse erano i capelli spettinati. O la barba incolta e trascurata.
O forse una negatività stabile e robusta che diventò morbida come il burro, a dispetto di un’aura dall’incanto consistente. Fu un attimo, un solo istante. Un inspiegabile, fortuito incontro, a svegliarlo da quello stato cupo e malato, sterile e futile.

Fino a quel momento si era sentito indefinito e incompleto.

Fino a quel momento non aveva fatto caso alle giornate di Sole.
Fino a quando il Sole lo vide in quegli occhi. Lei fu, in uno sguardo, i suoi Jeans puliti, la sua polo stirata. La sua voglia di ricordarsi una moneta. La sua voglia di riempire un frigo vuoto. Di cercarsi un lavoro. 

Stare a casa, stare fermo. Non sarebbe servito a niente.