mercoledì 9 settembre 2015

Il piatto vuoto

- Ci vediamo dopo, solita ora, solito posto, solite persone!!!!scrisse il messaggio e lo inviò, poi si preparò per uscire-


Guardò fuori dalla finestra per controllare il tempo ed essere certa d’indossare le scarpe adatte alla giornata e si entusiasmò come una ragazzina al primo bacio quando, spostando la tenda, si accorse che nevicava. Sarebbe stata una giornata perfetta, in cuor suo ne era certa, le strade colme e i marciapiedi inagibili avrebbero reso la sua camminata mattutina ancora più spassosa.

Adorava sentire il "crock" della neve ad ogni suo passo e nei punti più nascosti della strada si sarebbe anche azzardata a mangiarne una manciata. In lontananza sentì il rumore della cala che, insieme alla neve, grattava l’asfalto, doveva sbrigarsi prima che la ruspa la privasse del suo divertimento.

Calzò i suoi vecchi scarponi grigi con lieta premura, si sedette, strinse bene i lacci e infilò i fiocchi e le loro estremità sotto la linguetta, per evitare, una volta fuori, di doverli sistemare congelandosi le mani. Arrotolò i pantaloni fino al polpaccio e si rialzò.

Diede un ultimo sguardo pieno di soddisfazione alla sala pronta per la serata. Aveva fatto proprio un buon lavoro, tutto era nel modo giusto al posto giusto, la tovaglia di fiandra bianca ricamata ai quattro angoli con foglie verdi di pungitopo e piccole bacche rosse, scendeva morbida lungo le gambe del tavolo, i calici di cristallo riflettevano a intermittenza i mille colori delle lucine dell’albero e, le stoviglie di fine ceramica sembravano fluttuare leggere tra le sfavillanti posate argentate.

Accese la luce delle scale, regolò il termostato sui 18°, non voleva che la casa si scaldasse troppo in sua assenza, tanto poi ci avrebbe pensato il vino a donare a tutte il giusto calore. Controllò l’orologio mentre scendeva i gradini, le otto in punto, in perfetto orario, come al solito.

Sulla soglia del portone, fece un respiro a pieni polmoni per immagazzinare più aria possibile, trattenne il respiro gelido contando mentalmente fino a venti e poi espirò con forza, formando con l’alito un’ umida traccia bianca. Faceva quel rituale da quasi vent’anni, era talmente entrato a far parte delle sue bizzarre abitudini da non accorgersi neanche più, che a volte, la gente la guardava stranita ma per lei era di vitale importanza. Ogni qual volta desiderava fortemente di poter ritornare in qualche luogo, tratteneva l’essenza di esso dentro di se, come se assorbirne una parte la potesse legare magicamente a quel posto con una primordiale memoria olfattiva e, senza dubbio alcuno, a fine di ogni giornata, lei sarebbe voluta ritornare a casa.

Girò l’angolo alla fine della stradina privata e si mischiò in quel turbinio di suoni e colori che il viale principale della città, elargiva senza parsimonia. Era uscita in anticipo eppure le vie del centro erano già gremite di gente e, fuori dai negozi ancora chiusi, cominciavano a formarsi file di persone in attesa di un miracolo per l’ultimo regalo mancante. A metà percorso svoltò a destra e riguadagnò, con soli dieci passi da lì, un po’ di tranquillità.

Mentre alle sue spalle si disperdevano velocemente i suoni e i fragori natalizi, sciogliendosi come un marshmallow in una tazza di cioccolata fumante, lei riprese il filo dei suoi pensieri e ripassò diligentemente il programma della giornata. Spuntò ogni singola voce che era presente nella sua testa e convenne, non senza un pizzico di superbia, che quest’anno se l’era cavata benissimo. Si sentiva il cervello già in vacanza, proiettato insieme al gusto e l’olfatto su quella tavola ammannita di ogni ben di Dio, dal salmone scozzese affumicato ai biscotti di pan di zenzero, dalle crespelle ai funghi e ricotta, al panettone coi marron glacé , il tutto finemente annegato in fiumi di Moscato d’Asti, servito rigorosamente a una temperatura non superiore agli 8° centigradi. Avrebbe solo dovuto affrontare le ultime impegnative ore di lavoro e poi, si sarebbe goduta la serata con le amiche, quelle vere, quelle di sempre, quelle per sempre.

Passò davanti alla libreria “John Nash” la sua preferita in assoluto, un edificio in puro stile georgiano dai caratteristici mattoni rossi e dalle tipiche finestre all’inglese. Si soffermò davanti alla piccola vetrina laterale e, con il palmo della mano, fece un movimento circolare per togliere da una delle nove lastre di vetro, quell’opacità sudata che la condensa vi aveva depositato. Appoggiò appena il naso sulla superficie gelata e rimase imbambolata a guardare il camino fittizio al centro della stanza. Montagne di libri usati come mattoni e al suo interno, al posto dei ciocchi di legno, una catasta ordinata di pacchettini marroni adornati da nastri rosso sgargiante. Tra quelli dovevano esserci anche i suoi e sarebbe passata a ritirarli poco prima della chiusura. Quello era un altro luogo con cui si era riempita i polmoni, odorava di carta ingiallita e vaniglia e, se avevi la pazienza di aspettare il deflusso dei clienti, una volta rimasta sola, potevi avvertire il fuoco della cultura arderti interiormente e sentire distintamente il crepitare scoppiettante di ogni singola parola. 

Aveva ancora quindici minuti buoni prima di tirar sù la saracinesca del negozio di fiori che stava dall’altro lato della strada, così avrebbe avuto abbastanza tempo per concedersi un’abbondante colazione calorica. Il bar al fianco del suo esercizio, faceva delle favolose conchiglie candite. Attraversò la strada senza guardare, con in bocca il gusto cremoso del burro imprigionato in mille strati di pasta sfoglia e, fece istintivamente muovere la mandibola, come per masticare minuscoli pezzetti di cedro. Aveva lo sguardo assorto, l’inflessione delle gambe l’avevano quasi portata a destinazione, le pupille si dilatavano e si restringevano sotto la luce delle ghirlande al neon e il suo cranio riprese a stiparsi con gli intenti pressanti di una vigilia lavorativa.

Non si accorse di nulla. 

La macchina la colpì violentemente facendola volteggiare come una ballerina su di una pista di ghiaccio. Atterrò a sette metri dal profumo del caffè tostato, prendendo in pieno viso il vaso di cemento che lei stessa aveva riempito di piccoli abeti bianchi.

La vettura slittò finché la forza d'impatto non fu esaurita, un cerchione si staccò e girò tre volte prima di cadere, il faro anteriore sinistro si spense. L’autoradio annunciò il segnale orario, le otto e quarantacinque muniti, le parole di “White Christmas” si diffusero nell’aria :


“I’m dreaming of a white Christmas

Just like the ones i used to know

Where the treetops glisten

And children listen

To hear sleigh bells in the snow..”