venerdì 3 luglio 2015

Una futile falena


Disegno e foto di valentinanonseitu
Era bella, bella da togliere il fiato, bella da farmi ingrossare i pantaloni con uno sguardo e da farmi sentire sempre come un ragazzino arrapato.

Dio mio però se si vestiva male! Sceglieva a caso le cose da mettersi, si svegliava al mattino, apriva l’armadio, allungava la mano e, ancora con lo sguardo appannato, frugava tra i pochi capi che componevano il suo guardaroba così, senza logica o criterio.


Un giorno gielo chiesi:
- Ma non hai qualcosa di più appropriato da metterti? 


Cessò immediatamente di masticare il cornetto alla marmellata di more, deglutì rumorosamente, sorseggiò il suo pregiato tea verde e poi distese le braccia in avanti come per prepararsi all’attacco, capii subito che ero nei guai.


- Appropriato per cosa? Io mi vesto solo per un motivo, perché ho freddo e mi svesto per due, perché fa caldo o perché voglio scopare - era così, bellissima e cruda.


- Andrei anche in giro nuda se fossi certa che non mi arresterebbero all’istante io me ne frego della gente, me ne frego della moda, me ne frego di tutto e tutti, la mia femminilità non si misura in centimetri vertiginosi di tacchi, in vestiti aderenti e corti, la mia femminilità è nascosta in fondo alla mia bocca e tra le pieghe della mia vagina.

Su vagina mi strozzai.


Sputai l’imbarazzo che mi riempiva la bocca e mi aveva arrossato le guance, sputai il caffè latte in un getto violento e scompigliato, un virgulto color nocciola per niente raffinato e le gocce di quel disagio finirono sulla sua camicetta rosa.


- Cazzo ma stai attento!


- Scusa. - É tutto quello che riuscii a risponderle tra un colpo di tosse e l’altro.


- Dovresti imparare a masticare, invece di preoccuparti di cosa indosso la mattina, io mi…. - il resto della frase non riuscii a sentirlo, questo era un altro suo difetto, parlare mentre si spostava da una stanza all’altra come se in bocca avesse un microfono collegato direttamente al mio orecchio e avesse la pretesa di ricevere risposte sensate… ahh le donne , quante volte avevo detto “sì” a domande sconosciute!


- Ma mi stai ascoltando?


In piedi sulla porta della cucina aspettava impaziente la mia reazione.


- No, ti ascolterei volentieri se tu avessi la cortezza di non allontanarti - neanche avevo alzato la testa per scoprire quale altro disastro di stile avesse deciso di indossare, continuavo a raccogliere latte con un tovagliolo zuppo fino ad esplodere e nel tragitto tra il tavolo e il lavandino, era più quello che avevo versato sul pavimento che quello che vi era finito dentro.

– Ti amo - questo mi disse – Ti amo perché sei vero.

Si avvicinò senza fretta, vidi i suoi splendidi piedi irrigidirsi sulle piastrelle fredde di ceramica da quattro soldi, vidi quelle gambe perfette flettersi sotto un orlo di pizzo stinto, vidi tra la trasparenza del tessuto sintetico il suo ventre raso, il suo piccolo seno sodo, vidi la sua bocca socchiusa in una seducente posa e poi non vidi più niente, sentii..


Sentii il corpo fremermi in un impulso irrefrenabile di dominio, strinsi in una mano una ciocca di capelli e cominciai a dare giogo alle briglie con gesti decisi, potenti, fino a farle piegar la testa in una postura innaturale e scomoda.


Forse penserete che avrei dovuto accarezzarla con deferenza ma lei non era un fiore delicato e fragile lei era più simile ad una Drosera Regale, una pianta tanto attraente quanto letale. Lei andava domata per non finire vittima, come una falena, del suo incanto. Le morsicai il collo con il desiderio sfrenato di possederla e sentii il suo disappunto aumentare ad ogni strattone di chioma, un alternarsi di dolore e piacere in un crescendo di respiri affannati e umidi.


Mi cibai di ogni pezzetto di pelle che lei porgeva arrendevolmente alla mia bocca, di ogni insieme di nei dipinti ad arte sulla sua pelle, di ogni piccola e impercettibile imperfezione, di ogni umore vischioso che quietava la mia sete.


Restammo in bilico tra la voglia di non tornare più indietro e la dolce malinconia del ricordo più prezioso, restammo uniti in minuti impazienti e irrazionali, restammo incollati uno all’altra come corpi deformi nati da un unico folle amore.



Mi dimenticai del motivo per cui mi ero alzato quella mattina, mi dimenticai del treno che dovevo assolutamente prendere e che, con certezza assoluta, era arrivato a destinazione senza il suo carico di speranza già, mi dimenticai completamente di quel colloquio che avrebbe potuto cambiare la mia vita… mi ricordai solamente che dovevo amarla, amarla ad ogni costo, subito e per sempre.


Compresi con disarmante lucidità che non ero stato io a domarla, lei aveva fatto il suo gioco, teso la sua trappola, spalancato i suoi ornamenti carnosi con apparente casualità ed io ero rimasto intrappolato tra le pieghe della sua perfezione, tra quei dettagli ingannevoli che mi avevano reso martire, una normale vittima, solo una banale futile falena.