mercoledì 23 luglio 2014

La Francese che tatuava i gatti

"Reina"
Acrilici su tela, 90 x 120 cm
di Cheris Macaranas
25, Rue de Nevers. 

Cinquanta metri scarsi, alle pareti cemento grezzo e una foto di Kanako Sasaki; nessun mobile tranne una libreria bianca e uno sgabello.

E poi c’era la Francese;
la Francese che tatuava i gatti. 

Entravano code arruffate e uscivano scarni serpenti dalle scaglie cangianti; innocui siamesi venivano trasformati in tigri e sinuosi certosini diventavano mute dichiarazioni d’amore. 

I love Adeline e un cuore old school tra le scapole; queste erano le immagini che si vedevano sfilare sui tetti dei palazzi di Rue Dauphine.

La Francese non riusciva a contenere tutto. Troppi pensieri, troppe voci, troppo amore; non aveva piu’ un centimetro vuoto nell’anima. 

Per non esplodere scagliando lontano i vermigli frammenti delle sue conversazioni solitarie, si concentrava sui gatti. 

Dal suo studio passavano vecchie bohémiennes, esili modelle, figlie annoiate di politici corrotti, musicisti dark; volti e corpi che non uscivano mai senza lasciare una storia, un rimpianto, una domanda senza risposta, una traccia. 

La Francese si nutriva di quel sangue denso fatto di parole e di sospiri, si riempiva e si riempiva, fino a scoppiare.

Quando il bicchiere stava per traboccare prendeva pistola, colori e creava una nuova tela fatta con i mondi degli altri. 

Perché avesse scelto di tatuare gatti nessuno lo sapeva, nemmeno il Turco. 
Forse, semplicemente, perché era pazza.

Era un giovedì di temporali in agguato e la Francese aveva deciso di dire basta, di smettere di ipotecare il futuro e di costruire in bilico sull’orlo del baratro. 

Il Turco non la meritava. Parsimonioso perfino nel regalarle sogni. 

Prese la pistola, una boccetta di rosso. 
Ma niente gatto. 

Moi avant tout. Sulla coscia destra.