venerdì 18 aprile 2014

Tutto l'amore che ci sfiora

Starlet_eyes Photography 
In quella storia, in quel pezzo di vita, c’era stata con tutta se stessa. 


Aveva deciso di provare a trovare una nuova configurazione ideale. Invano. Almeno per ora. Cercando di accantonare il suo dolore. Cercando di far finta di sentire e assaporare la nuova felicità della sua parte mancante, di un amore dissipato, lontano.

Stavano seduti uno di fronte all’altra e mangiavano lentamente. Lei saziava concitatamente la sua fame nervosa, senza quasi proferire parola. Giorgia non riusciva a dire proprio nulla. Odiava quella sensazione. Sentirsi soli mentre si sta con qualcuno è peggio che essere soli mentre si è realmente soli.

A fatica, i battiti bussavano al suo petto. 
Affannati. Stanchi. Provati. 
A fatica, alzava lo sguardo e lo posava oltre al vetro, offuscato dal sole.
Non riusciva a essere lì.

Si era ritrovata di nuovo, senza pensare che fosse possibile, a doversi ricostruire: capitò come all’interno di un labirinto. Quella struttura costruita in modo tale che risulti difficile per chi vi entra trovare l'uscita. In quello spazio, e in quel tempo, camminava, a volte correva, respirava, smetteva, si perdeva, continuava, saliva, scalava, scendeva, costruiva, distruggeva, scriveva, mangiava, beveva, dormiva, ascoltava, piangeva e rideva. Ma più di tutto, passava. 
Fu prima di varcare la soglia dell’uscita che decise di partire. Aveva davvero ancora la necessità di scrivere un nuovo capitolo. Il suo era, a tutti gli effetti, un metodico bisogno. 


In realtà, non riusciva a essere proprio da nessuna parte.

Aveva deciso di andare lontano. Lontano da casa. Lontano da tutti. Anche da se stessa. 
La sua assenza aveva annullato la sua essenza. Un’essenza da cercare. E ritrovare.

Aveva scelto Amsterdam. Che, in qualche modo, le assomigliava un po’. Del resto, si sentiva così, come se fosse stata sott’acqua. Scelse un albergo in un quartiere residenziale, nel verde di una città caotica e frenetica: Scelse la sua oasi di pace, ma prima di sapere che ogni angolo, ogni via e ogni piazza di quella insolita metropoli, l’avrebbero assecondata in modo agevole ed elementare, nel suo bisogno di tacere. E non sentire. 
Giorgia camminava tra centinaia di persone e si stupì di non avvertire alcun rumore. 
La cosa era assolutamente surreale ed artefatta. Era come se stesse indossando delle cuffie che trasmettevano il silenzio a tutto volume. Esattamente come aveva desiderato.

Il silenzio nasce dal tempo. Nasce dai ricordi, dalle sensazioni e dalle esperienze. Dalle persone, dalle conversazioni, dal tran tran quotidiano. 


Nasce dal cuore, che conserva tutto l'amore che ci sfiora. 
Il silenzio sembra niente e invece è tutto.

Stava pensando ai milioni di parole che riescono a stare racchiuse in un silenzio.

Seduto di fronte a lei, durante quel pranzo contraffatto, Marco raccontava della sua nuova vita, della sua nuova compagna. Delle sue scelte e delle sue sicurezze ritrovate. 
Giorgia si guardava attorno. E rispondeva sistematicamente, fingendosi rilassata. 
Tirava su la testa per cercare l’aria. Restò. Un momento. Alcuni secondi. Pochi attimi ancora. 
Poi prese le chiavi della macchina e uscì, repentinamente, da quella casa. Demolita, frantumata. 
Mentre Marco chiudeva la porta, senza nemmeno rendersi conto che tutto quel silenzio era assolutamente pieno di contenuto. 
Quel silenzio, per Giorgia, era la materia e l’infinito di tutto l’amore sfumato. 

L’amore. Perduto. Ancora una volta.