sabato 19 aprile 2014

Era un giorno qualunque per il resto del mondo

Starlet_eyes Photography
Le sue mani. A volte le capitava di sognarle ancora. 

La prima volta che l'aveva visto al colloquio, in giacca e cravatta, aveva subito notato che quelle mani stridevano con l'immagine di sé che lui aveva confezionato con cura per l'occasione. Mani adulte, mani capaci di toccare indifferentemente l'immondo e il sublime, mani da bassista, mani che alla fine non l'avevano toccata.

Dimenticami, le aveva detto. Gliel'aveva ripetuto mille volte, ma i ricordi non si possono cancellare a comando. Non siamo programmati per occultare memorie, come cadaveri nel bagagliaio di un'auto. 


Comunque ci stava provando, da parecchio tempo ormai. Eppure lui era l'autunno, tornava costante dopo ogni estate; bastava l'attacco di Fade to Black a tradimento dall'ipod in modalità random e le foglie iniziavano a ingiallirle intorno e cadere, l'aria a farsi piu' fresca e lui era li. Di nuovo. Lei si sforzava di essere la primavera per essere agli antipodi da lui, ma non le riusciva naturale. Per lei era sempre stato difficile fingere di essere diversa, con lui non ci aveva nemmeno provato e cosi' si erano scoperti simili.

Troppo simili perchè potesse funzionare e abbastanza diversi per decidere di non provarci nemmeno. In realtà nessuno dei due aveva deciso: si erano lasciati entrambi trasportare dalla corrente di quel fiume che ormai era la loro vita. Ma erano due fiumi differenti, che sarebbero sfociati in acque distanti.

Una mattina camminavano trascinando i piedi come se una forza al di fuori di loro cercasse di tenerli incollati all'asfalto bagnato. Durante la notte il vento aveva cancellato le nuvole pesanti e cariche di pioggia; era un giorno qualunque per il resto del mondo, ma non per lei. 

Era il suo compleanno, una ricorrenza che detestava da sempre. Giorno di bilanci, sempre a suo sfavore, giorno di sorrisi forzati e di improbabili dimostrazioni di affetto.

Lui aveva deciso di farle un regalo. L'aveva portata in collina e si era fermato nel punto piu' alto da cui si vedeva tuttal la valle; le foglie sugli alberi iniziavano ad abbandonare la monotonia del verde per ritrovare i colori della terra, il sole intiepidiva ancora i vestiti ma non stordiva piu' con il suo riflesso e tutto attorno a loro si preparava a cambiare. 

Questo era il suo regalo per lei. Aveva voluto donarle qualcosa che nessuno avrebbe potuto mai toglierle, qualcosa che non doveva nascondere, se non a se stessa. Un ricordo.

Mentre tornavano si erano fatti una promessa che non avevano mai rispettato; avevano stabilito che un giorno si sarebbero presi venti secondi, solo per loro. Li avrebbero rubati al mondo e li avrebbero usati per decidere del loro futuro. Solo venti secondi per decidere se rischiare tutto quello che avevano costruito fino a quel momento oppure se lasciar perdere e lasciare tutto immutato, immobile ma comunque profondamente e per sempre diverso.

Poi non avevano mai avuto il coraggio di farlo e avevano smesso di sentirsi, di vedersi, complice la distanza, la paura o forse l'improvvisa consapevolezza di star commettendo un errore piu' grande della passione che li legava.

Lei pero' pensava continuamente a come avrebbe potuto essere la sua vita se quei venti secondi se li fossero presi davvero, si chiedeva quale ruolo avrebbe potuto avere lui. Una passione estrema o una seconda vita, un lampo improvviso o una tempesta infinita. 

E ricordava quell'ultimo abbraccio, un abbraccio che sapeva di bucato. Il bucato fatto da un'altra donna, la sua donna. Quella che lei non sarebbe stata mai.