martedì 1 aprile 2014

Cicale

ph Blulu
Rispondendo alla domanda di un avventore del locale, alla sua terza birra ghiacciata
e al mio secondo Barbancourt:

"La mia vita, sssì, come in altalena: avanti e indietro tutti i giorni, da casa al locale e viceversa, da buone cose a cose cattive, da menefreghismo difensivo a sofferenza per empatia. E così via. 
Un velo di cipria per nascondere la stanchezza. Fiori sulle corde per non sentire il dolore dei polsi lacerati. Un sorriso rouge chanel per accogliere i clienti. Un mondo immaginario per digerire il reale. Come Giulietta, appunto..."

Lui fa spallucce e torna al suo tavolino.

Mi offrono da bere, fanno domande lievi aspettando in cambio un numero e la chiave della mia mansarda, invece  trovano  parole a cui non sono abituati, demordono, non sono capaci di spontanea lievità. Sono banali, prevedibili e spesso stancanti.
Invece una sera.
Entra lui con un sorriso smorfioso e gli occhi neri e lucidi pieni di curiosità, di vita.
Camicia bianca, la barba curata, il passo leggero. Adulto  e fanciullo al tempo stesso.
Scambiamo due chiacchiere. Quattro. Sei.
All'improvviso svanisce. Puf!
Torna altre sere, chiede da bere cocktail impegnativi  che mi diverto ad ornare con stecchini
dove imprigiono piccole fette di pesca e mela. Odio spillare solo birre per ore.
Levo la maschera, espongo l'anima e lo guardo fisso negli occhi.
Dentro c'è tutta la solennità dell'entroterra nei mesi estivi. Giugno, luglio, agosto e un pezzetto di settembre.
Colline di olivi storti, piante di fichi d'india quasi maturi dietro i muretti a secco e macchie di papaveri sotto un cielo terso e...  il frinire delle cicale  è sottofondo che accompagna  i tuoi baci nel  pomeriggio che avanza lento fino a diluirsi nel tramonto...
Mi corre un brivido, dismetto il mio sogno meridionale e cerco di cancellare i pensieri  passandomi distratta una mano sulla fronte accaldata. Anche questa volta è scivolato via.
Altre sere. Fino a che.
Chiamo il mio collega, gli chiedo il cambio, prendo la mia giacca e vado fuori ad aspettarlo, sentendomi leggermente idiota.
Accendo una sigaretta e convengo tra me che i sogni vanno acchiappati anche con forza se necessario, anche se durano un temporale soltanto. E quello che sento nella pancia è il rumore del tuono.

Arriva, mi guarda stupito, accigliato  ma poi si scioglie in un sorriso.
Dove andiamo non lo so, e non importa.
Forse a riprenderci tutte le ore perse in malinconia; ora la sento chiara,
la musica delle cicale continua per noi, spogliati di remore e stoffe ingombranti
in un campo di spighe gialle che sono morbide come seta. Leggeri, leggerissimi. Puf!