mercoledì 16 aprile 2014

Cadono le carte

Starlet_eyes Photography 
Rigiro continuamente le due carte fra le mani, cercando di capire quale strana magia faccia sì che siano esattamente lo specchio di ciò che succede nella vita.


La regina di cuori guarda verso sinistra con aria imbronciata, mentre il re di cuori la fissa. Nemmeno lui ha un'espressione serena. Giro ancora le carte, le cambio di posizione. Niente, non si guardano mai. Per quanto tenti di aiutare i loro occhi ad incontrarsi, uno dei due sposi ignora l'altro che lo fissa. 

Al posto di quei due potremmo esserci io e Giada. 

Abbiamo trascorso assieme tre anni, passati a rincorrerci come due bambini che giocano nel parco sotto casa. Ad un certo punto, però, ho smesso di correre. Non l'ho fatto perché lei mi raggiungesse, al contrario. Fosse stato per me, non avrei mai messo fine a quel gioco. Il fatto è che mi hanno arrestato.

Ironicamente, mi hanno chiuso in prigione proprio a causa delle carte che tengo in mano ora. Le avevo nascoste nella manica per essere sicuro di vincere. Quella sera al casinò, le avevo messe nella tasca interna della camicia - avevo chiesto a mia madre di cucirla, dicendole che mi sarebbe tornata utile per avere sempre un fazzoletto sotto mano. Come no; convinto che non mi avrebbero mai beccato. Disgraziatamente, qualcuno al banco notò la forma innaturale assunta dalla mia manica al momento di porre la regina sul tavolo. Forse non sarebbero stati così duri con me se avessi barato per poche centinaia di euro. Il fatto è che quella sera mi ero seduto al tavolo allo scopo di vincere una grossa somma, e ci stavo anche riuscendo. In vita mia, ho sempre puntato alla posta più alta.
E poi quei soldi sarebbero serviti per chiedere a Giada di sposarmi. 

Un sorriso amaro spunta sul mio volto e ricomincio a rigirarmi le carte fra le mani. Ora che sono uscito di prigione, cosa mi aspetta? Il mio lavoro no di certo. Un commercialista che viene arrestato per aver barato al casinò può considerarsi un fallito. Chi affiderebbe i suoi affari ad un baro? Forse, mi aspetta mia madre. Già la immagino, una donna in lacrime che abbraccia un figlio di cui non è fiera. No, non voglio un trattamento del genere. Vorrei tornare da qualcuno capace di ridere anche su un incidente di percorso come questo, qualcuno in grado di distendere il viso in un sorriso sincero, non imbarazzato.

Un sorriso che non dica "sei uscito di prigione" ma "bentornato a casa".

Ho bisogno di lei. 
Dio, tornerei subito da Giada.

L'emozione che nasce da questo pensiero mi fa tremare le mani e le carte cadono a terra. Mi piego a raccoglierle, ma mi fermo poco prima di toccarle. Le osservo meglio, sorpreso.

Non vedo più una regina che ignora il suo re. 
Vedo due sposi che guardano nella stessa direzione. 

Ed allora correggo il modo del verbo. 
Dio, torno subito da Giada.