lunedì 31 marzo 2014

L'illusione di polvere


Starlet_eyes Photography
Avevano discusso per l’ennesima volta. Il punto era sempre lo stesso. Impossibile arrivare a un dunque, o trovare una soluzione. I pezzi rimasti, disintegrati, riempivano il pavimento di quella stanza. Piena di urla. Di rabbia. Di pentimenti. Di ritorni. Di infiniti puntini di sospensione che sostituivano una fine già scritta, forse, anni prima.

La fine. Di tutto. L’assurdo epilogo.

Perché era la parola che rimbombava, con più frequenza, nel cervello di Lauren. Quello che restava, era un cuore in frantumi. Era appena tornata da scuola e, ovviamente, non aveva nemmeno fame.

- Per favore. Parliamo. Cerca di capirmi. Non mi rendo nemmeno conto di quello che faccio, di quello che dico. Non posso credere che tutto questo stia succedendo. Perché? Ti prego, aiutami a capire perché..

Perché. Anche lui continuava a ripetere quel lemma; ad alta voce però, ma non apriva le porte a risposte che esistevano realmente, che vivevano di senso. A differenza dei perché di Lauren. Un cuore. In frantumi. Che non trovavano nessuna spiegazione.
Esisteva un mondo immaginario, inconsistente. Come durante il Big Bang tutto ebbe inizio da un’esplosione. Mentale. Una deflagrazione di idee irragionevoli , di immagini cerebrali che mancavano di solidità. La deformazione del reale. Successe un giorno, che seguì alla perdita di tutte le sue sicurezze. Alla perdita del suo potere. Alla perdita del controllo. E della sua indipendenza.
L’ascolto e la ragione divennero utopia.
Quella frase, Lauren l’aveva sentita milioni di volte, e ogni volta credeva che cambiare le cose sarebbe stato possibile. Forse l’amore, come lo scotch, avrebbe riattaccato i frammenti .Forse lo scotch avrebbe sistemato tutto.

Entravano i raggi del sole dalla finestra della camera, e l’illusione di polvere fluttuava leggera tutto intorno. Il libro di Storia era aperto davanti a lei, sulla scrivania. Lo zaino appoggiato sul tappeto, vicino al letto. La tazza di caffè americano e la sua nebbia attendevano.
Lui le passò di fianco, non salutò. Aveva l’aria di sapere esattamente dove andare. Sembrava assolutamente certo. Lo aveva capito dal suo passo determinato, stabilito. A seguito, un insistente rumore, molesto, la incuriosì; si alzò e andò verso il salotto.

Aveva. Strappato. Tutto.

I pezzi, disintegrati, riempivano il pavimento di quella stanza. Lauren non credeva ai suoi occhi. Diventò miope di lacrime in pochi secondi. Non disse nulla. Avvolta da grida silenti, si sentì mancare.
Fece due passi, indietro. E si appoggiò a una parete di sabbie mobili che la risucchiò. Finché sparì.
Di quelle foto, non restava nulla. Il suo album di ricordi, strappato, a terra, inerme, depennava le memorie.
Cancellò le impronte dei suoi piedi scalzi, lasciate in quindici, lunghi, anni. E quelle di suo padre.
Fu uno scorrere di immagini a rallentatore, fu il colpo più duro mai ricevuto. Il gesto più crudele. Il punto. Quello che si mette quando finisce il libro e che si sente arrivare addosso tutto il peso della copertina.

- Lauren.. mi passi lo zucchero?

Quella voce invase rispettosamente lo spazio dei suoi pensieri. Lei lo fece subito, con facile indifferenza verso i suoi ricordi, sorridendo. Allungò la mano verso quella di Michele. Poi, si girò lenta. Avvolse con lo sguardo suo figlio, impegnato con i Lego, in un’ardua costruzione architettonica. E non riuscì più a togliergli gli occhi di dosso.
Camminava scalza, scriveva di nuove memorie. Lasciandosi portare dai giorni e dai tempi. Su pagine leggere che si sfogliavano piano. Una dopo l’altra.

Fu l’inizio. Di tutto. Il riparato esordio.